Linee guida per la riabilitazione degli psichiatri

Gli psichiatri bisogna capirli, se non giustificarli.

Escono dalle Scuole di specializzazione in Psichiatria col robusto bagaglio di complessi schemi di interpretazione e inquadramento della realtà umana come il DSM, griglie così fitte che inibiscono seriamente la visione di quello che dovrebbero osservare. Per cui si scambia la mappa per il territorio. Poi conoscono in modo sperabilmente approfondito le terapie farmacologiche. In realtà parliamo di quattro o cinque categorie di farmaci, con al loro interno molecole sostanzialmente sovrapponibili, tutte rigorosamente sintomatiche, all’interno delle quali ciascuno sceglierà quella che per qualche motivo gli resta più simpatica. Si tratta di strumenti estremamente utili, in grado di cambiare sostanzialmente lo stato d’animo delle persone, ma pensare che la salute mentale consista nell’assumere, con la dovuta compliance, la terapia psicofarmacologica è fuorviante, o quantomeno riduttivo. Non è previsto un training psicoterapeutico, anche se si è iscritti d’ufficio all’albo degli psicoterapeuti. La riabilitazione psicosociale, posto che sia una tecnica, non è presente nell’elenco degli esami da sostenere. La formazione clinica avviene all’interno di reparti ospedalieri, spesso fuori dalla rete dei servizi si salute mentale.

Così gli psichiatri affrontano la realtà del disagio psichico, soprattutto quello delle situazioni più gravi, con un bagaglio, e di conseguenza un’ottica, assolutamente inadeguati a capire come aiutare le persone e il loro ambiente. Molti si danno da fare a capire, a cercare, a confrontarsi. Altri si trincerano dietro le pratiche della visita, della diagnosi, della prescrizione, e se non c’è compliance, cioè se non capiscono, del TSO. È una situazione di disagio che può essere pericolosa a se e agli altri e deve essere trattata con opportuni strumenti riabilitativi, seguendo ad esempio le linee guida qui definite.

  1. Non lasciarli soli. Il lavoro di equipe, il confronto con i punti di vista, lo sforzo di progettazione condivisa possono aiutare a capire come interpretare e affrontare le situazioni.

  2. Tirarli fuori dal loro studio. Vedere il mondo, andare a casa della gente, comprendere le dinamiche sociali e relazionali in cui le persone sono inserite può far capire come e perché la gente sta male e come l’abbattimento farmacologico dei sintomi non possa essere la sola, e neanche la principalepreoccupazione di chi è pagato per migliorare la salute mentale e il benessere. Di come invece contino anche parecchio la difesa dei diritti, l’abitare, il lavorare, la contrattualità sociale, le relazioni. E di come quindi casa, lavoro, soldi e progetti di vita siano strumenti terapeutici spesso indispensabili

  3. Sottrarli al braccio di ferro, al rapporto duale col paziente, o, peggio, alla lotta contro la malattia sulla pelle del paziente. Indurli a partecipare ad una presa in carico complessiva della situazione, della famiglia, delle reti relazionali, perché non si sta male mai da soli e l’ambiente la famiglia, possono essere sia motivi di disagio che risorse per affrontarlo.

L’unica alternativa sarebbe sottrarre agli psichiatri la responsabilità della presa in carico dei progetti terapeutici, da affidare ad altri (psicologo, educatori, filosofi, gelatai sensibili…) utilizzandoli come consulenti per consigliare, in un rapporto di confronto dialettico, le terapie farmacologiche utili per ottenere migliori possibilità di relazione e gradi di libertà dalla sofferenza e dai suoi correlati (stigma, deriva sociale etc…).

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